Beni culturali a Cosenza nel 1905

Il 21 giugno 1902 il Regno di Italia promulgò la cosiddetta “legge Nasi” sulla conservazione e la tutela dei monumenti e oggetti “aventi pregio d’arte o di antichità”. All’anno successivo risale, invece, il regolamento circa le esportazioni di tali oggetti, approvato poi nel 1904. Erano le prime organiche disposizioni legislative dell’Italia unita riguardanti il patrimonio artistico nazionale.
In particolare, veniva istituito per la prima volta una sorta di catalogo unico delle opere d’arte e veniva introdotto il diritto di prelazione da parte dello Stato assieme al divieto d’esportazione delle opere.
Alla luce di ciò, nel 1905 il Ministero dell’Interno invitò, in concerto con il Ministero della Pubblica Istruzione (si ricorda che fino al 1975 non esisteva il Ministero dei beni culturali), i prefetti del Regno a individuare le principali collezioni di oggetti artistici, le chiese ricche di opere e i monumenti pubblici “esposti alla pubblica vista e facilmente asportabili”. L’obiettivo era, infatti, porre un freno alla recrudescenza nei furti d’arte che erano particolarmente diffusi in quel periodo, informando attraverso la presenza di apposite liste le autorità locali affinché conoscessero quali fossero effettivamente le opere più importanti e preziose del territorio di loro competenza e vi vigilassero con maggiore attenzione e consapevolezza.
Per ciò che concerne la provincia di Cosenza, le opere segnalate si trovavano in otto località diverse. A Cosenza, per esempio, erano annoverati ovviamente la Stauroteca e i marmi del mausoleo di Isabella di Aragona. Poi, ancora nel Duomo, il “dipinto su tela raffigurante la Concezione (autore Luca Giordano) sull’altare di sinistra entrando nella cappella del Pilerio”. Sempre in città, nella chiesa dei francescani, vi erano il paliotto dell’altare maggiore e ventisette libri corali con miniature, mentre erano preziose delle valve lignee delle chiese di San Domenico e delle Clarisse. A Rende, vi erano le opere di Pascaletti nell’ex convento degli Osservanti e una statua di San Giacomo nella Chiesa del Ritiro. A Morano, il polittico di Bartolomeo Vivarini e il coro della Cattedrale. Erano segnalate anche diverse opere medievali di Altomonte, un dipinto su tavola collocato nella chiesa di San Pietro a Cerchiara e alcune opere del Santuario di Castrovillari.
ImmagineSi tratta di un elenco ovviamente parziale (tra l’altro, pare che non tutti gli ispettori onorari degli scavi e dei monumenti abbiano fornito i dati richiesti) e frutto di una sensibilità storico-artistica diversa rispetto l’odierna, ma che offre un piccolo scorcio di quello che, oltre un secolo fa, era considerato “bene culturale” a Cosenza.
Da “Parola di Vita” del 18/10/2018
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Note sulla devozione a San Francesco di Paola a Brescia e in Valle Camonica

È cosa più che nota la devozione anche all’estero nei confronti di San Francesco di Paola, tuttavia si prova sempre un piacevole senso di stupore quando, fuori dalla Calabria, ci si imbatte nel nostro Santo.

Nella periferia orientale di Brescia, nella zona chiamata “Ronchi”, per esempio, si erge una grande chiesa a lui intitolata, un tempo parte di un complesso monastico oggi non più attivo.

I Minimi, infatti, si stanziarono intorno al 1581 nell’ area costruendo, nel 1586, un convento di circa venti camere, grazie anche al contributo di un nobile locale che donò loro una chiesetta precedentemente dedicata a San Giovanni Battista. Questo convento fu in quel tempo un punto di riferimento soprattutto per le comunità rurali non solo della zona, ma anche di altre parti del bresciano: è documentata, per esempio, una forte presenza dei monaci nella vicina Valle Camonica, di cui oggi restano sporadiche tracce nell’iconografia locale: nel comune di Breno, per esempio, è presente un affresco che raffigura San Francesco di Paola in una sacra conversazione con la Madonna del Rosario e altri santi, mentre nella vicina comunità di Malonno, nella chiesa parrocchiale, è presente un’immagine che ricorda il noto miracolo del mantello.

Il culto, nei secoli scorsi, era diffuso, inoltre, anche fuori dalla provincia di Brescia. A Solferino, in provincia di Mantova, per esempio, il convento, nel 1616, fu eretto sotto il titolo dei santi Paolo e Francesco di Paola. Se oggi, però, in queste località la devozione verso il Taumaturgo è pressoché scomparsa, lasciando i propri segni solo in questi esempi iconografici, nella parrocchia di San Francesco a Brescia negli ultimi anni si lavora a una maggiore ripresa del culto, attraverso lo studio dell’opera caritatevole, l’istituzione di una  congrega e la creazione di un asse con il convento di Paola.

Secondo alcune fonti sarebbe stato  Carlo Borromeo a volere i Minimi nella zona che vi restarono fino al 1772, quando i decreti della Repubblica Veneta soppressero il convento e costrinsero i frati ad abbandonare monastero e parrocchia, che passò poi al clero diocesano.

 

ImmagineLa facciata è semplice con al centro una nicchia centinata, che accoglie un affresco del XVII secolo raffigurante San Francesco e un angelo che regge un cartiglio con il simbolo “Charitas”. L’interno, mononavata, presenta diverse opere che raffigurano il paolano, come un piccolo dipinto dove è raffigurato alle spalle di due coniugi (probabilmente un ex voto) o una bela tela settecentesca, collocata nella controfacciata, che lo raffigura mentre conforta un moribondo o, ancora, due ovali nel presbiterio, che raffigurano  il miracolo dell’acqua della cucchiarola e San Francesco che salva un uomo dalle serpi. Recenti restauri nel chiostro del convento hanno riportato alla luce gli affreschi che ornano le lunette delle tre gallerie datati tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento rappresentanti la vita del Santo.

Da “Parola di Vita” del 21/12/2017

Il “no” di Parola di Vita alle leggi razziali

Ricorrono nel 2018 gli ottant’anni della promulgazione delle leggi razziali in Italia.  Il 14 luglio fu pubblicato il famoso “Manifesto del razzismo italiano” poi trasformato in decreto, il 15 novembre dello stesso anno, con tanto di firma di Vittorio Emanuele III di Savoia. In occasione della giornata della Memoria che si celebra in questi giorni, vogliamo ricordare come il nostro giornale, con grande coraggio dato il clima non certo indipendente per la stampa di allora, si schierò da subito contro la scellerata decisione fascista, attraverso il direttore di allora, don Luigi Nicoletti.

Noto antifascista, aveva assunto la direzione del periodico nel 1935, ma fu autorizzato a firmare ufficialmente gli articoli solo dal numero 8 del 27 aprile 1936. Secondo lo storico Luigi Intrieri, “(…) il suo dichiarato antifascismo, manifestato nel periodo della sua attività politica, non era gradito al governo fascista dell’epoca (…). Probabilmente riuscì ad ottenere l’autorizzazione soltanto perché mons. Nogara era rimasto fermo nella sua richiesta alle autorità politiche”.

Del resto, a evidenziare il suo carattere combattivo ci aveva pensato egli stesso senza indugi informando i lettori del nuovo taglio del periodico attraverso l’editoriale “Il cambio della guardia”: ”(…)abbiamo una dottrina da far conoscere (…) un carattere da formare (…) un’intransigenza di principi da affermare sempre (…) una storia che si svolge sotto i nostri occhi”.

Quando furono pubblicati i 10 articoli che componevano il Manifesto degli scienziati razzisti (fu firmato da 180 scienziati del regime, cui si aggiunsero importanti intellettuali e politici) in cui si legge, tra l’altro, che “è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti (…) i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo (…)”, Nicoletti aveva pronta la “sua risposta”.  Poco prima dell’ufficializzazione della carta della razza e delle conseguenti leggi razziali, sul numero 27 del 1938,  pubblicò l’articolo “Gli ariani e il loro inventore”, l’articolo più irriverente della sua carriera da direttore di Parola di Vita. Una risposta all’insensatezza della carta (e di com’era stata interpretata) e l’inizio per lui di un periodo d’impegno civico e sociale, dalle pagine del giornale, che finirono, da lì a non molto, con “l’esilio” a Galatina.

Nicoletti tentò di mostrare come le teorie sull’arianesimo fossero state travisate, poiché l’intenzione degli autori sarebbe stata solo quella di indicare con il termine “ariano” un gruppo di popoli parlante la stessa lingua.

Vale la pena di rileggerlo “Gli ariani e il loro inventore”, un editoriale, tratto dal numero 27 del 30 ottobre 1938 che, a distanza di ottant’anni, ci appare utile “per non dimenticare”.

 

“Gli Ariani esistono allo stesso grado di consistenza degl’Iperborei, dei Lillipuziani, e dei Giganti danteschi. Sono, cioè, spiritose invenzioni di poeti e d’altri sapienti fantasiosi: così almeno pensava il loro…inventore.

“Ariano” è una professorale invenzione del dottor F. Max Mueller, docente tedesco di filologia a Oxford, il quale mise al mondo, nel 1853, la teoria che le lingue ariane debbono essere originate da una razza “ariana”; come chi dicesse che tutti coloro che parlano oggi correttamente inglese, siano essi di Gran Bretagna, d’India, d’Africa o di Firenze, per il fatto che parlano quella lingua, appartengono tutti alla razza di…Chamberlain, batteriologicamente.

Il diplomatico francese, conte Joseph Arthur de Gobineau, raccolse la teoria e se ne fece il focoso profeta, scoprendo che quanto di grande s’era mai compiuto nel mondo, esso si doveva a “un’unica famiglia: l’ariana” e identificò questa con i Germani: senza i Germani non ci sarebbe civiltà. (E gli Egizi?) e i Persi? E gli Assiri? E i Romani? E i …Giapponesi?)

Altri scienziati, tra cui anche italiani, si misero a definire il tipo ariano: e chi lo trovò con la testa rotonda chi con la testa oblunga, chi lo dipinse biondo e chi lo tratteggiò bruno, chi alto e chi basso; alcuni lo identificarono col tipo slavo, o celtico, o scandinavo o africano; chi lo volle barbato e chi barbato all’americana…; insomma tutti ariani, nessuno ariano.

E si capisce. L’ariano ancora ha da nascere.

Difatti, l’inventore della faccenda, vedendo il cattivo uso che si faceva d’una sua bislacca idea, messa fuori solo a scopo di dissertazione (secondo le esigenze di alcune università tedesche e d’altri paesi che le imitano le tesi devono essere assolutamente nuove a costo di essere pazzesche, per parere originali) nel 1888 ripudiò tutte le sue teorie in proposito. Egli (il prof. F. Max Mueller) scrisse testualmente:

“Ho dichiarato più volte e più volte spiegato che quando dico ariano io non intendo parlare nè di sangue nè di ossa, nè di capelli né di crani; ma mi riferisco semplicemente a coloro che parlano una lingua ariana…Per me, un etnologo in quale parla di razza ariana, di sangue ariano, e di occhi e di capelli ariani, dice la stessa enormità che direbbe un filologo che parlasse di un dizionario dolicocefalo o d’una grammatica brachicefala”.

Secondo Mueller dunque si tratta d’una idea dolicocefala.

In attesa che nascano gli ariani di razza, ricordiamo, per omonimia, gli ariani di religione, che erano quelli che diminuivano Cristo della sua divinità. Togliere a Cristo, oggi, la universalità – la cattolicità – della sua dottrina, che annulla le razze nella superiore unità della figliolanza da unico Padre, è ripetere un’eresia non meno pericolosa di quella dell’antico arianesimo, il quale s’attaccò – guarda combinazione – ai popoli antiromani e divenne un’arma d’anticattolicesimo e insieme d’antiromanità. E, guarda un’altra combinazione, anche allora esso servì per spaccare la unità dei popoli, indebolendoli e rovinandoli, a solo profitto dei…terzi.

 

Da Parola di Vita del 25 gennaio 2018Immagine

Monsignor Lanza, vescovo del Mezzogiorno

Arcivescovo di Reggio Calabria nella prima metà del novecento è ricordato per la “Lettera collettiva dell’Episcopato Meridionale” sui problemi del Sud, redatta nel 1948

Monsignor Antonio Lanza è stato arcivescovo di Reggio Calabria nella prima metà del Novecento ed è ricordato come una figura poliedrica, fine conoscitore della teologia morale e di tutto il campo delle scienze umanistiche.

Presidente della Conferenza Episcopale Calabra, fu autore di numerose opere, ma il suo nome è strettamente legato alla “Lettera collettiva dell’Episcopato Meridionale sui problemi del Mezzogiorno” del 1948, in cui si affrontavano temi di caratura – soprattutto se considerati nel particolare periodo storico del dopoguerra – quali il sentimento religioso delle popolazioni meridionali, l’esigenza di una maggiore giustizia sociale e la crisi generale di quel tempo da tradursi come stimolo per una nuova crescita sociale.

Antonio Lanza nacque a Castiglione Cosentino il 18 marzo 1905 da Giuseppe e Amalia Morando, originari di Cosenza. Per permettergli di ascendere al sacerdozio, la famiglia gli donò la rendita di una casa di loro proprietà che si trovava nei pressi di via del Seggio, nel cuore del centro storico di Cosenza. Entrò giovanissimo nel seminario diocesano di Cosenza, dove compì gli studi ginnasiali. Intorno al 1917, si trasferì presso il Pontificio seminario regionale di Catanzaro, dove compì gli studi di filosofia. In seguito fu a Roma, dove frequentò la Pontificia Università Gregoriana, studiando teologia come alunno del Collegio Capranica.

Si racconta che, poiché ogni anno papa Pio XI era solito incontrare due studenti per ascoltarli dibattere in latino su questioni teologiche, il pontefice rimase particolarmente compiaciuto dalle capacità del giovane Lanza. Fu ordinato sacerdote il 16 aprile 1927 a soli 22 anni. Poco dopo iniziò a insegnare teologia morale nel seminario di Catanzaro, mentre dal 1936 iniziò a insegnare alla Facoltà Teologica della Pontificia Università Lateranense. Sempre in quel periodo aveva anche la carica di vice assistente nazionale del Movimento Laureati di Azione Cattolica. Il 12 maggio 1943 fu nominato arcivescovo di Reggio Calabria e consacrato il 29 giugno nella chiesa di Sant’Ignazio di Roma per mano del cardinale Carlo Rossi, successivamente proclamato Servo di Dio. Monsignor Lanza prese possesso della sua Arcidiocesi in pieno conflitto bellico e continuò l’opera del suo predecessore, monsignor Montalbetti, di lenire le sofferenze della popolazione martoriata dai bombardamenti, svolgendo attività di carattere sociale e portando la Parola.

In occasione della Visita Pastorale alla comunità di Gallina, per poco non rimase vittima dei bombardamenti che danneggiarono pesantemente la chiesa matrice. Il 3 settembre, in occasione dello sbarco delle truppe alleate, fu occupato temporaneamente il seminario regionale e solo grazie alla tenacia dell’Arcivescovo si ottenne presto lo sgombero. L’8 novembre a causa di un’esplosione di una polveriera del rione Modena, nei pressi dalla sua dimora, monsignor Lanza, riportò delle ferite e, raccontano alcune fonti, egli ne sopportò il dolore dicendo di “volerlo offrire al Signore”. Il 2 luglio del 1944 riunì la consulta regionale dell’AC.

Al termine del conflitto mondiale, l’opera di Lanza fu imperniata pressoché in toto a sanare i problemi che la guerra aveva causato tra la popolazione. Sotto la sua guida, quindi, anche l’Arcidiocesi s’impegnò, come le autorità civili, nella fase di ricostruzione che ha caratterizzato gli anni immediatamente successivi al 1945. Tra le tante, si occupò, grazie anche al contributo della Pontificia Commissione di Assistenza, alla cura e assistenza dei profughi, degli orfani e dei contadini, rendendo concreto, già in qualche modo, quanto teorizzato e promosso nella succitata Lettera sui problemi del Mezzogiorno.

E’ interessante ricordare che sia il Bollettino dell’Arcidiocesi di Cosenza, sia il giornale Parola di Vita pubblicarono la Lettera collettiva, invitando i nostri sacerdoti a leggerla e a spiegarla durante le messe domenicali. La stessa raccomandazione era rivolta anche agli assistenti dell’Azione Cattolica. Monsignor Lanza si occupò anche, ovviamente, dei danni subiti dal Duomo di Reggio Calabria e di altre chiese del territorio. Tra i suoi ultimi impegni vi fu il progetto di un’Università Cattolica proprio a Reggio Calabria. Secondo padre Russo, che ha ricostruito la storia dell’Arcidiocesi in un pregevole volume edito dalla Laurenzana di Napoli, monsignor Lanza era in contatto con padre Agostino Gemelli e la sua idea era di realizzare una “gemella calabrese” della Cattolica di Milano.

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Il 23 giugno del 1950, mentre stava organizzando un congresso catechistico, morì improvvisamente all’età di 45 anni. Alla sua morte gli successe, monsignor Giovanni Ferro. Monsignor Lanza è sepolto nella Cattedrale di Reggio, in un sarcofago dello scultore Antonio Monteleone.

 

Da Parola di Vita del 9 febbraio 2017, pag. 18

Monsignor Aniello Calcara, poeta e drammaturgo religioso

Aniello Calcara, nato a Marcianise nel 1881 e formatosi nel seminario di Sulmona, fu nominato arcivescovo di Cosenza nel 1940. Il suo episcopato durò ventuno anni e fu attraversato da eventi straordinari per la società, come la guerra, il passaggio dalla democrazia alla repubblica e le battaglie politiche della Democrazia Cristiana. Tra le tante cose che caratterizzarono il suo episcopato, ricordiamo, a mo’ di esempio, il cambio di nome della cappella dell’Orazione e Morte del Duomo in Santissimo Sacramento e la promozione del culto dell’adorazione eucaristica mediante la costituzione delle “Lampade accese”. Non tutti sanno, tuttavia, che l’Arcivescovo era anche un fine intellettuale che riteneva che la filosofia e la poesia potessero essere uno strumento di evangelizzazione.  Il tratto distintivo della sua produzione è armonizzazione dell’umano con il divino, mantenendo sempre l’aderenza alla realtà e alla verità religiosa. L’archivio storico diocesano custodisce la più completa raccolta delle sue opere che meriterebbero di essere maggiormente conosciute. Tra le opere in versi, si ricorda il “Poema dell’Anima”, si racconta il viaggio interiore dell’uomo dalla caduta originale fino alla Redenzione. Segue “Joachim”, trilogia che esprime attraverso le vicende della Redenzione, l’ascesa dell’uomo dalle tenebre alla luce cristiana. Le “Ruine” del 1925 in cui si descrivono le vicende di Ezzelino da Romano, personaggio realmente esistito nella Marca Trevigiana nel XIII secolo, ricordato dalle cronache come “terribile e sanguinario”. Attraverso una costruzione letteraria e simbolica, Calcara indica il sentiero della salvezza tra tormento e speranza. I “Protomartiri”, invece, raccontano il difficile cammino dei primi missionari francescani. Calcara fu autore anche di un trattato di estetica, dedicato alla espressione artistica dell’Immacolata. Il volume, dal titolo “La poesia e l’arte nella luce dell’Immacolata” si contestualizza nel fervore che portò al primo congresso mariano dell’Arcidiocesi che Calcara tenne tra il 13 e il 20 maggio 1951, nonché in una personale devozione del presule verso la Madonna Immacolata. Non va dimenticato, infatti, che monsignor Aniello Calcara dedicò di suo pugno dei versi all’ Immacolata, da utilizzare come Inno dell’Anno Mariano ma poi adottato anche in onore delle celebrazioni per la patrona di Cosenza, musicato dal maestro Giuseppe Scalzo. Nel 1960 la casa editrice Pellegrini ristampò il testo di una tragedia dal titolo “Annibale” che Calcara aveva scritto nel 1900, da studente diciannovenne nel seminario di Sulmona. Si tratta quindi di un’opera giovanile, presumibilmente la prima, scritta pare su richiesta degli stessi compagni di corso che conoscevano la passione per la letteratura e la poesia del futuro arcivescovo di Cosenza. Si tratta di una tragedia in cinque atti sulla figura del condottiero cartaginese, da leggere. Tra le altre opere di Calcara si ricorda, per la prosa “La sventura provvida” (1910) studio sulla funzione salvifica del dolore nella vita umana e nella storia; “la filosofia scolastica e il filosofismo moderno”calcara (1913) sul primato della filosofia, “Il problema morale” (1947) sulla crisi spirituale del tempo e gli scritti pastorali del 1953 dal titolo “Cattedra di Verità e di Vita”. Tra le opere in poesia “Eros” (1912) poema sul trionfo dell’amore cristiano su quello pagano; “Ode per la pace” del 1904, i “Canti di giovinezza” (1924), “La mia corona-Liriche irpine” (1939) sulla bellezza della natura, “Rosario Mariano” (1941) e il “Serafino Amore – Mistero Francescano” (1953).

Da “Parola di Vita” del 25 maggio 2017

Presentato il volume “Mendicino e le sue chiese”

Lo scorso sabato 18 marzo è stato presentato il volume “Mendicino e le sue chiese” a cura di Alessandra Pagano ed Enzo Gabrieli. Una ricostruzione storica, compiuta attraverso l’uso delle fonti archivistiche, relativa a tutte le chiese del territorio di Mendicino.

Il settimanale dell’arcidiocesi di Cosenza-Bisignano ha raccontato l’evento.Immagine

Beatrice Capizzano Verri: una poetessa e insegnante cosentina

Beatrice Capizzano Verri è stata un’insegnante e poetessa cosentina. La sua produzione si compone principalmente di liriche di stampo classicheggiante, molte delle quali incentrate sul rapporto tra l’io e la natura, la memoria e la spiritualità tra speranza e attesa.

Nata a San Lorenzo del Vallo nel 1904 da una famiglia originaria di Rende, Beatrice Verri (assumerà dopo le nozze anche il cognome del marito, quindi Beatrice Capizzano Verri), prima di cinque figli, dopo i primi studi al paese, si diplomò nel 1921 presso la scuola normale femminile “Lucrezia della Valle” di Cosenza. Si avviò quindi alla carriera di maestra tra i comuni di San Donato di Ninea, Trebisacce e San Lorenzo. Negli anni Quaranta assunse la carica di direttrice didattica; poi quella d’ispettrice didattica. Nel contempo, si dedicò all’attività letteraria e alla partecipazione attiva alla vita culturale e religiosa cosentina. Tra le varie, collaborò con riviste letterarie e scolastiche calabresi e nazionali, conobbe letterati del calibro di Enrico Falqui, fu socia dell’Accademia Cosentina e della sezione locale dell’Aimc (associazione italiana maestri cattolici) che aveva sede nel palazzo arcivescovile. Nel 1970 fu anche insignita della “Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte” della Presidenza della Repubblica.

Il corpus più consistente della sua produzione si colloca tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta del Novecento. Tra le sue raccolte poetiche si ricordano i volumi “Cetra giovine”, “Echi”, “Giardino in ombra” e “Prima che tramonti la luna”. Ancora, una serie di tre poemetti dal titolo “Costruttori” di cui il primo è dedicato ai morti della guerra d’Africa. Ha realizzato anche un saggio critico sulla produzione letteraria di monsignor Aniello Calcara. Non tutti, infatti, sanno che l’arcivescovo di Cosenza è stato anche uno studioso e letterato, autore di poesie e drammi di carattere religioso. Le prime raccolte giovanili di Beatrice Capizzano Verri sono contrassegnate da un’ evidente erudizione e dall’invito alla meditazione. Con “Giardino in ombra”, pubblicato nel 1933, si suscitò, come si legge nei giornali dell’epoca, un’ondata di ammirazione attorno alla poetessa, finanche in Francia. Qui “la forma – scrive Sergio Pisani in un saggio critico – pur sempre classica si fa più agile e viva”. In appendice, “I colloqui” ispirata alla leggenda per cui la notte dell’Epifania gli animali parlano come gli uomini, discorrendo sul bene e il male. Dopo “Costruttori”, pubblicato sul crinale degli anni Trenta, seguì un lungo periodo di stasi, quindi la pubblicazione “D’inverno, qualche rosa” del 1953, composto di 145 brevi componimenti di cui il critico Cesare Maretti evidenzia “la visione rinfrescante e gradevole della natura”. Al 1960 risale invece la raccolta “Prima che tramonti la luna”.

Beatrice Capizzano Verri è morta nel 2007. Un’autrice che ha rappresentato, a cavallo del secolo passato, la Calabria nel panorama letterario nazionale, la cui attività merita di essere meglio conosciuta e studiata.

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(Da Parola di Vita del 26/10/2016, pag. 18)