Il “no” di Parola di Vita alle leggi razziali

Ricorrono nel 2018 gli ottant’anni della promulgazione delle leggi razziali in Italia.  Il 14 luglio fu pubblicato il famoso “Manifesto del razzismo italiano” poi trasformato in decreto, il 15 novembre dello stesso anno, con tanto di firma di Vittorio Emanuele III di Savoia. In occasione della giornata della Memoria che si celebra in questi giorni, vogliamo ricordare come il nostro giornale, con grande coraggio dato il clima non certo indipendente per la stampa di allora, si schierò da subito contro la scellerata decisione fascista, attraverso il direttore di allora, don Luigi Nicoletti.

Noto antifascista, aveva assunto la direzione del periodico nel 1935, ma fu autorizzato a firmare ufficialmente gli articoli solo dal numero 8 del 27 aprile 1936. Secondo lo storico Luigi Intrieri, “(…) il suo dichiarato antifascismo, manifestato nel periodo della sua attività politica, non era gradito al governo fascista dell’epoca (…). Probabilmente riuscì ad ottenere l’autorizzazione soltanto perché mons. Nogara era rimasto fermo nella sua richiesta alle autorità politiche”.

Del resto, a evidenziare il suo carattere combattivo ci aveva pensato egli stesso senza indugi informando i lettori del nuovo taglio del periodico attraverso l’editoriale “Il cambio della guardia”: ”(…)abbiamo una dottrina da far conoscere (…) un carattere da formare (…) un’intransigenza di principi da affermare sempre (…) una storia che si svolge sotto i nostri occhi”.

Quando furono pubblicati i 10 articoli che componevano il Manifesto degli scienziati razzisti (fu firmato da 180 scienziati del regime, cui si aggiunsero importanti intellettuali e politici) in cui si legge, tra l’altro, che “è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti (…) i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo (…)”, Nicoletti aveva pronta la “sua risposta”.  Poco prima dell’ufficializzazione della carta della razza e delle conseguenti leggi razziali, sul numero 27 del 1938,  pubblicò l’articolo “Gli ariani e il loro inventore”, l’articolo più irriverente della sua carriera da direttore di Parola di Vita. Una risposta all’insensatezza della carta (e di com’era stata interpretata) e l’inizio per lui di un periodo d’impegno civico e sociale, dalle pagine del giornale, che finirono, da lì a non molto, con “l’esilio” a Galatina.

Nicoletti tentò di mostrare come le teorie sull’arianesimo fossero state travisate, poiché l’intenzione degli autori sarebbe stata solo quella di indicare con il termine “ariano” un gruppo di popoli parlante la stessa lingua.

Vale la pena di rileggerlo “Gli ariani e il loro inventore”, un editoriale, tratto dal numero 27 del 30 ottobre 1938 che, a distanza di ottant’anni, ci appare utile “per non dimenticare”.

 

“Gli Ariani esistono allo stesso grado di consistenza degl’Iperborei, dei Lillipuziani, e dei Giganti danteschi. Sono, cioè, spiritose invenzioni di poeti e d’altri sapienti fantasiosi: così almeno pensava il loro…inventore.

“Ariano” è una professorale invenzione del dottor F. Max Mueller, docente tedesco di filologia a Oxford, il quale mise al mondo, nel 1853, la teoria che le lingue ariane debbono essere originate da una razza “ariana”; come chi dicesse che tutti coloro che parlano oggi correttamente inglese, siano essi di Gran Bretagna, d’India, d’Africa o di Firenze, per il fatto che parlano quella lingua, appartengono tutti alla razza di…Chamberlain, batteriologicamente.

Il diplomatico francese, conte Joseph Arthur de Gobineau, raccolse la teoria e se ne fece il focoso profeta, scoprendo che quanto di grande s’era mai compiuto nel mondo, esso si doveva a “un’unica famiglia: l’ariana” e identificò questa con i Germani: senza i Germani non ci sarebbe civiltà. (E gli Egizi?) e i Persi? E gli Assiri? E i Romani? E i …Giapponesi?)

Altri scienziati, tra cui anche italiani, si misero a definire il tipo ariano: e chi lo trovò con la testa rotonda chi con la testa oblunga, chi lo dipinse biondo e chi lo tratteggiò bruno, chi alto e chi basso; alcuni lo identificarono col tipo slavo, o celtico, o scandinavo o africano; chi lo volle barbato e chi barbato all’americana…; insomma tutti ariani, nessuno ariano.

E si capisce. L’ariano ancora ha da nascere.

Difatti, l’inventore della faccenda, vedendo il cattivo uso che si faceva d’una sua bislacca idea, messa fuori solo a scopo di dissertazione (secondo le esigenze di alcune università tedesche e d’altri paesi che le imitano le tesi devono essere assolutamente nuove a costo di essere pazzesche, per parere originali) nel 1888 ripudiò tutte le sue teorie in proposito. Egli (il prof. F. Max Mueller) scrisse testualmente:

“Ho dichiarato più volte e più volte spiegato che quando dico ariano io non intendo parlare nè di sangue nè di ossa, nè di capelli né di crani; ma mi riferisco semplicemente a coloro che parlano una lingua ariana…Per me, un etnologo in quale parla di razza ariana, di sangue ariano, e di occhi e di capelli ariani, dice la stessa enormità che direbbe un filologo che parlasse di un dizionario dolicocefalo o d’una grammatica brachicefala”.

Secondo Mueller dunque si tratta d’una idea dolicocefala.

In attesa che nascano gli ariani di razza, ricordiamo, per omonimia, gli ariani di religione, che erano quelli che diminuivano Cristo della sua divinità. Togliere a Cristo, oggi, la universalità – la cattolicità – della sua dottrina, che annulla le razze nella superiore unità della figliolanza da unico Padre, è ripetere un’eresia non meno pericolosa di quella dell’antico arianesimo, il quale s’attaccò – guarda combinazione – ai popoli antiromani e divenne un’arma d’anticattolicesimo e insieme d’antiromanità. E, guarda un’altra combinazione, anche allora esso servì per spaccare la unità dei popoli, indebolendoli e rovinandoli, a solo profitto dei…terzi.

 

Da Parola di Vita del 25 gennaio 2018Immagine

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