Affitti a Cerisano

Alla morte del duca di Cerisano, don Domenico Sersale, avvenuta nel 1782, i suoi beni passarono a donna Ippolita Perez Navarrete, duchessa di Cerisano, vedova della felice memoria del fu eccellentissimo signor duca, madre, tutrice e pro tempore curatrice delli eccellentissimi signori Girolamo, Orazio, Francesco, don Tiberio, Maria Cornelia e Teresia Sersale di lei figli e figlie pupulli. Di fatto, però, per la gestione di alcune incombenze legate all’erario, la nobildonna ne affidò nel 1875 la cura al signor don Lorenzo e al reverendo don G. Battista, a Stefano, a Nicola e Gabriele Zupo di questa terra suddetta di Cerisano, padre e figli. Quello di donna Ippolita fu un atto di riconferma della stima accordata agli Zupo già dal defunto marito che si era servito per anni dei servigi degli zelanti e precisi collaboratori come agenti ed erari di Cerisano, Castelfranco e Marano. In base all’accordo si stabilì che, per la somma di dieci ducati e sette tomoli al mese di grano bianco, che li affitti delli molini, bagliva, doganella, mastrodatti, forno baronale ed altro debbano esserci all’incanto nella pubblica piazza nella terra di Cerisano con l’accensione della candela, ovvio rimanessero quelli a chi migliorerà li vantaggi della camera. Gli Zupo avevano quindi il compito di preparare gli incartamenti, di modo che Ippolita potesse affittare al vincitore dell’asta. Solo in caso di piccole cose (qualche spesa di fatiga) i cui pagamenti  non sormontassero la somma di carlini 15 gli Zupo non erano temuti a produrre documento.

L’accordo prevedeva inoltre che che tali documenti sarebbero dovuti essere convalidati dal notaio che dovrà tenersi appaltato da questa ducal camera con la provvigione di annui ducati 10.

(ASCS, Not. Ruffolo, 1785)

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La piazza di Cerisano negli anni ’50 del XX secolo

 

 

 

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Il convento dei Cappuccini di Torano Castello

Il convento dei frati cappuccini nel comune di Torano Castello fu fondato nel 1578 per iniziativa della popolazione ed edificato a un ottavo di miglio dall’abitato, come si legge in un documento
del 1827. Diverse sono le notizie e le curiosità intorno al cenobio che nei secoli passati ha

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Una veduta del paese con la chiesa parrocchiale di San Biagio

intrecciato la sua storia con quella dei toranesi.

Il convento fu oggetto della visita ad limina del vescovo di Venosa Andrea Pierbenedetto alla diocesi di Bisignano. Non va dimenticato, infatti, che Torano rientrava (insieme alle Terre d’Acri, Lattarico, Luzzi, Regina, Rose e ai casali di Rota, San Martino, San Benedetto, San Giacomo, Santa Sofia e Sartano) nella giurisdizione religiosa di Bisignano che a quel tempo era ancora Diocesi a sè stante. La visita nell’antica diocesi bisignanese si tenne a
partire dal 1630 e fece seguito alla visita all’arcidiocesi di Cosenza avvenuta nel 1628. A proposito del convento, nella relazione, tradotta in italiano da Vincenzo Antonio Tucci, sulla trascrizione di Rosario D’Alessandro, è annotato che a esso: […] sono assegnati nove frati di famiglia, dei quali cinque sono sacerdoti, quattro laici professi, vivono di elemosine chieste tanto nella stessa terra quanto  nei casali adiacenti, e di altre largizioni volontarie di pii fedeli[…].

Al convento era annessa la chiesa che secondo la relazione di Andrea Pierbenedetto era
dedicata alla Madonna degli Angeli. Sempre in questa visita si accenna, tra l’altro, alla presenza di due altari, uno sotto il titolo di San Carlo, l’altro sotto il titolo di San Daniele.

Dalla relazione innocenziana del 1650 si apprende che il convento fu fondato lo anno mille cinquecento settanta otto, con il consenso dell’ordinario diocesano, ad instantia dell’I. mo Signor Pietro Paulo Cavalcanti, Barone di detta Terra, con il consenso di tutta l’Università et con le loro elemosine fabricato et eretto secondo la povera forma cappuccina con celle numero venti. Ha la chiesa sotto il titolo di San Nicolao. Il detto convento, oltre l’horto contiguo è della Sedia Apostolica, come pure il medesimo convento. Il termine S.Nicolao, considerando la presenza di grotte e siti eremitici, potrebbe far pensare a una presenza precedente di origine basiliana, che renderebbe il sito meritevole di maggiore attenzione. La relazione, redatta dal padre Giuseppe da Fagnano, proseguiva poi con l’indicazione delle rendite del convento.

Scopo di queste indagini volute da papa Innocenzo X, infatti, era ricavare dati utili circa lo stato dei conventi, le rendite e il numero dei monaci presenti. A metà Seicento il convento dei cappuccini non possedeva entrate perpetue né temporali e neppure altre proprietà stabili. Godeva, però di un lascito fatto da un fedele di quattro piedi di olivi, di valuta di ducati venti, al procuratore che dello frutto di quelli […] vi tenga accesa la lampada del Santissimo.

Nell’Ottocento visse la diffcile parabola delle soppressioni delle corporazioni religiose. Soppresso dalle leggi napoleoniche, fu riaperto solo nel 1822. Citato nel Notamento di tutti i Conventi esistenti nella Provincia della Calabria Citeriore di ambo i sessi della Prefettura insieme con altri ventitré conventi cappuccini, fu vittima negli anni Sessanta della nuova ondata di soppressioni.

A tal proposito, al 1867 risale una questione poco nota riguardante la chiesa annessa al convento che, se da un lato potrebbe apparire curiosa, dall’altro è interessante per la ricostruzione della storia sociale di Torano Castello. Nel gennaio di quell’anno la giunta municipale guidata dal sindaco Raffaele Musacchio, deliberò per la riapertura della chiesa ora chiusa del soppresso monastero di questi padri cappuccini la quale era addetta al seppellimento dei cadaveri perché distante circa mezzo chilometro dall’abitato e perché non vi sono altre chiese lontane per adibire all’uopo.

L‘amministrazione comunale, infatti, all’epoca non aveva mezzi finanziari suffcienti alla costruzione di un recinto da adibire a camposanto come prevedevano i regolamenti sanitari in vigore. Inevitabilmente si sarebbe dovuto provvedere ai seppellimenti nelle cripte delle altre chiese del borgo, ma ciò avrebbe comportato la violazione delle leggi in materia con particolare riferimento ai probabili pericoli per la salute dei cittadini. La stessa popolazione reclamava lo allontanamento dei cadaveri dall’interno delle chiese dell’intero
abitato da ora che siamo in fredda stag(g)ione”. Si stabilì, pertanto, che la chiesa dei cappuccini restasse aperta al pubblico e che si continuasse a seppellire “nei sepolcri della stessa i cadaveri di detto comune.
A custodire la chiesa e a vigilare sulla prassi delle sepolture fu nominato il sacerdote don Gennaro Biamonte. Pare che costui fosse molto amato dai toranesi e si diceva fosse ottimo sotto tutti gli aspetti sia per liberalità di sentimenti, sia per esattezza di costumi, sia perché accetto da tutta la popolazione dalla quale esig(g)e intero rispetto e venerazione.

Da Parola di Vita del 6 Marzo 2014

PATERNO. Una richiesta “in rima” per la nomina del nuovo parroco

Il 29 settembre 1829 il canonico Luigi Funari compì la Visita Pastorale a Paterno evidenziando, nella sua relazione, il buono stato in cui si trova la chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo: i cinque altari, il Battistero, il confessionale e i registri parrocchiali erano tenuti in buono stato e il visitatore non dovette dare alcun tipo d’indicazioni e provvedimenti. Forse ciò dipendeva anche da una buona gestione del parroco, don Ignazio Gaetano Terzi.

Egli era stato nominato qualche mese prima dall’arcivescovo di Cosenza, monsignor Narni Mancinelli, dopo un lungo periodo di “sede vacante” in seguito alla morte del predecessore, don Giuseppe Perrelli, avvenuta qualche anno prima. L’assenza del parroco creò inevitabilmente scompiglio nella comunità e in diverse occasioni i fedeli si appellarono all’Arcivescovo affinché si provvedesse a una nuova nomina.

In una lettera firmata da un gruppo di figliani della chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Paterno, per esempio, s’invocava l’eroica carità e ‘indefesso zelo del presule per risolvere il “miserabile spirituale nostro stato”. Il territorio di pertinenza della parrocchia, infatti, era diviso tra due borghi storici, Capora e Calendini in cui era situata la chiesa quale ab immemorabile è stata governata da due Parochi, l’uno che stazionava ne’ Calendini, l’altro nel rione Capora in cui vi è la casa propria del parroco. Alla morte di Perrelli, la comunità poteva contare solo sulla presenza dell’altro religioso, don Michele Caputi, che ovviava come poteva alle necessità della comunità di Calendini, peraltro decisamente numerosa: solo nelle torri di campagna si contavano quattrocento anime. Spesso – si legge nella lettera dei fedeli – capitava che la Messa non fosse celebrata e non si riuscisse a provvedere alle assoluzioni. Addirittura si arrivò a invocare l’intervento dell’Arcivescovo con una “richiesta in poesia”, che oggi può rappresentare una simpatica curiosità per la storia religiosa di Paterno. Il testo è conservato presso l’Archivio storico diocesano. Non è firmato ma è scritto in prima persona, quindi opera presumibilmente di un parrocchiano “letterato” (benché commettesse qualche piccolo errore d’ortografia). La poesia s’intitola: Supplica a Monsignor Arcivescovo di Cosenza per il Paroco manca a Paterno e recita così:

Zelante e Pio prelato/nostro degno pastore/Vi prego con il cuore/Sentir quanto dirò/La chiesa di Paterno/detta di S. Pietro/Decade e va in dietro/in tutta la pietà./La Messa, che vi manca/Ne’ giorni di Domenica/Fa mancar la Predica/ e l’Istruzzione ancor./La parte componente/ è addetta alla Campagna/Si mormora, e si lagna/che Messa non vi è. /Nello spuntar del sole/Li forza li bisogna/Di far presto ritorno/Il grege a pascolar/Con perdersi la Messa/Non sentono l’Istruzione/E vanno in perdizione/Della Cristiana fè./Se non ci mandi presto/Un dotto e pio curato/Il caso è disperato/di nostra Umanità./Senza assistenza alcuna/Muojono come cani/I poveri Cristiani/cercando la carità./Se tanto non lo credi/Ne carichi l’informo/A chi lo credi colmo/di pura fedeltà./Ordini dunque presto/che il Parroco vi sia/Per quanto ami Maria/Per quanto ami Gesù.

La poesia è del 1827, la nomina ufficiale del nuovo parroco risale al gennaio del 1829; chissà che non abbia influito la supplica del poeta devoto.

Da Parola di Vita del 28 Maggio 2015)

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