Cosenza da sempre l’Atene della Calabria

Alla fine dell’Ottocento e negli anni Venti del Novecento furono pubblicate due raccolte a fascicoli che descrivevano le città italiane. Anche Cosenza ebbe le sue uscite.

Cosenza è la città più tipicamente calabrese. Attraverso secoli e generazioni, essa mantiene sempre tutte le caratteristiche dell’antichissima terra dei Brezi, della quale fu la temuta perché forte capitale.

Questo è l’incipit del numero 250 della raccolta “Le cento città d’Italia illustrate”, dedicata a Cosenza, ”Atene della Calabria”, come recita il sottotitolo. Tra il 1924 e il 1929 la casa editrice Sonzogno di Milano pubblicò, a cadenza settimanale, una serie di circa trecento fascicoli, dedicati alle città italiane, con tanto di schede descrittive della geografia, della storia e dei più importanti luoghi d’interesse di ogni località arricchito da num1924erose fotografie del tempo. La raccolta era, pertanto, un vero e proprio viaggio alla scoperta di com’era la penisola negli anni Venti del Novecento.

Il fascicolo numero 250, dal prezzo di una lira, era, come detto, dedicato alla città dei Bruzi. In copertina un’immagine del Duomo con ancora le sovrastrutture in stile barocco, realizzate nel Settecento e rimosse dopo un lungo intervento di restauro iniziato a fine Ottocento e terminato negli anni Quaranta.

S’inizia con i cenni storici, dove non potevano mancare il riferimento ad Alarico e al mito della sepoltura «in fondo al querulo Busento», la presenza di Federico di Svevia, la morte dei fratelli Bandiera, solo per citare qualche esempio. Si passa poi alla descrizione della città vecchia, del castello, del Duomo e delle tombe regie in esso conservate, del teatro comunale e della tradizione culturale della città, grazie alla presenza, nel corso dei secoli, di personalità illustri come il Parrasio, fondatore dell’Accademia.

Il fascicolo faceva anche riferimenti ai casali, ai paesi della Valle del Crati e alla Sila. Tra le tante fotografie ne spiccano alcune di particolare interesse perché testimoniano l’aspetto di luoghi oggi trasformati, come, per esempio, la chiesa della Riforma prima dei bombardamenti del 1943 o la statua di Bernardino Telesio, oggi al centro di piazza XV marzo, ma in passato, per qualche tempo, collocata davanti alla chiesa del Carmine.

La raccolta, si collega ed è erede di una precedente raccolta a fascicoli, pubblicata circa un trentennio prima, dal medesimo titolo “Le cento città di Italia”.

Edito tra il 1887 e il 1902, si trattava di un supplemento mensile del giornale “Il Secolo”. Occorrevano “solo” 10 centesimi di maggiorazione del prezzo del giornale per averlo. Anche in questo caso la stampa era a cura della nota casa editrice milanese, per cui l’edizione degli anni Venti può considerarsi un’edizione divenuta e corretta di questa. Il supplemento del numero del 31 Maggio 1897 era dedicato a Cosenza. L’impostazione dei contenuti era la medesima dell’edizione successiva: la prima pagina recava l’immagine del Duomo in stile barocco e si apriva con i cenni storici. Nelle altre pagine (erano in tutto otto), trovavano spazio tutte le notizie e le curiosità sulla città, dalla descrizione del ponte Alarico agli istituti di credito, dalle biblioteche alla storia del Crocifisso della Renella. Le pagine centrali e l’ultima contenevano immagini di Cosenza e anche in questo caso alcune sono preziose per i confronti con il presente.

Immaginey8iohy Le due eleganti raccolte rappresentano oggi una curiosità per gli appassionati e sono molto apprezzate dai collezionisti.

(Da Parola di Vita del 2 Giugno 2016)

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Illustri viaggiatori di Calabria

 

Condividiamo questo articolo, a firma dello studioso Ugo Amendola, pubblicato sul settimanale diocesano Parola di Vita e relativo alle impressioni di un viaggiatore francese su Cosenza e l’hinterland, nel 1812. 

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I viaggiatori stranieri in Calabria sono stati più numerosi di quanto si è portati a immaginare a dispetto di una maldicenza, radicata a lungo nell’immaginario collettivo, secondo cui i partecipanti al Grand Tour concludevano il loro percorso culturale a Napoli. E invece molti intellettuali, rappresentanti della più alta classe borghese europea,si sono spinti in Calabria riportando sui loro diari di viaggio interessanti descrizioni di una terra che era sì povera di strade e ricca di briganti ma costellata anche da un mosaico culturale variegato e paesaggi incantevoli. Uno di questi viaggiatori è Astolphe de Custine, scrittore francese, personaggio movimentato quanto discusso, figlio di un generale ghigliottinato dalla Rivoluzione Francese e di Delphine de Sabran.

De Custine è stato un insaziabile viaggiatore e nelle sue Mémoires ha descritto con intenso acume i luoghi da lui visitati. Il suo viaggio in Calabria, avvenuto nel 1812, è riportato in una raccolta di lettere divise in due volumi, apparsi a Parigi nel 1830 e tradotti in italiano da Carlo Carlino nel 1983. Nelle lettere de Custine realizza un ritratto della Calabria appena scossa dalle guerre napoleoniche. Degno di nota è il suo soggiorno nella città di Cosenza tra il 27 e il 29 Maggio 1812.

Suoi compagni di viaggio sono l’archeologo francese Aubin-Louis Millin, membro autorevole della spedizione che in quegli anni ha lavorato agli scavi di Pompei, e il pittore tedesco Franz-Ludwig Catel, autore di numerosi ritratti di paesaggi calabresi. La descrizione della “capitale di Calabria”che de Custin presenta al lettore è contrastante: da un lato ne rimane affascinato tanto da paragonarla a una cittadina della Normandia, dall’altro è disgustato dallo stato sudicio in cui versano le strade, dalla presenza di animali da cortile finanche nei palazzi di lusso, e dall’aria intrisa di malaria.Reputa i cosentini più “originali delle cose” e li paragona a personaggi della commedia francese che “sembrano appena usciti dal teatro per continuare i loro lazzi nella strada”.Il soggiorno di de Custine è tutt’altro che riposante; debolezza e sofferenza lo opprimono tanto da temere di ammalarsi perché “l’aria è mortale”.

Curiosa è la sobria e a tratti sarcastica descrizione della processione del Corpus Domini, ritenuta “poco edificante”, visto che “il vescovo usava la sua mitra come parasole e ventaglio, i preti non pensavano ad altro che rincorrersi l’un l’altro per riaccendere i loro ceri,” e “i fedeli ridevano e borbottavano.” Diverso è invece il suo stato d’animo quando parte alla volta di Paola. Dopo aver visitato il sito dell’antica Pandosia “per vedere se ne fosse rimasta traccia”, il viaggiatore si lascia rapire da un delizioso paesaggio dai contorni fiabeschi. L’ingresso a Paola non può che ricordargli San Francesco, definito “uno dei più celebri taumaturghi dei tempi moderni”. La stessa cittadina di Paola viene rappresentata come “una fortezza religiosa difesa dallo spirito del santo a cui ha dato i natali”. Dopo un’estenuante e gratificante viaggio nella Calabria Meridionale, de Custine ritorna nel nord della Calabria agli inizi di Luglio. Attraversa la Sila, “così famosa già dall’antichità”, e ne rimane affascinato per la purezza dell’aria e la bellezza della vegetazione. Si meraviglia di come quei luoghi “tanto simili agli altipiani della Svizzera si trovino alla stessa latitudine della Sicilia”. Interessante, ma non così sorprendente, è invece la scelta del viaggiatore di soggiornare a Rogliano piuttosto che a Cosenza, visto che la città “durante l’estate è dimora della peste e del lutto” ed è avvolta da un caldo torrido che “rendeva l’aria ancora più pesante”.

Questa preferenza è sicuramente dettata dalle migliori condizioni climatiche di Rogliano, posta più a ridosso della Sila e preservata per altro dalla malaria. Il viaggio di de Custine prosegue fino a Castrovillari che raggiunge il mattino del 5 Luglio.

Gli scritti che de Custine ci lascia in eredità sono sicuramente intrisi di sfoghi e di passioni, degni di un giovane ventenne dell’ottocento,e sono frutto di una rappresentazione viva e drammatica, anche se incompleta, di una “contrada così poco conosciuta come la Calabria”, in cui “le leggi dell’universo sono capovolte”, “si vede il cielo sotto i propri piedi e ci si chiede dove si è e dove si va”. Per de Custine la Calabria è una terra piena di fascino e contraddizione in cui però è possibile trovare se stessi ed evitare così di perdersi nell’oblio.

(Ugo Amendola, Parola di Vita del 21/04/2016)

MENDICINO. Sul palazzo Del Gaudio-Campagna

Il Palazzo Del Gaudio-Campagna è certamente uno dei simboli più famosi di Mendicino. Tuttavia, la sua storia non è stata ancora ricostruita completamente. Un dato inconfutabile è certamente l’iscrizione posta sotto lo stemma all’ingresso che ricorda come Carlo Del Gaudio ne realizzò i lavori tra il 1780 e il 1784. Com’è noto, successivamente la storia del palazzo si intrecciò con quella della famiglia Campagna, originaria di Serra Pedace. Un recente ritrovamento di un atto notarile presso l’Archivio di Stato di Cosenza, potrebbe offrire nuovi elementi per la ricostruzione della storia dell’edificio. Il documento in questione fu rogato tra lo stesso Carlo del Gaudio e Nicola Filippelli, procuratore della chiesa di San Giuseppe che si erge nei pressi del palazzo. L’atto, risalente al settembre 1781, fa riferimento all’acquisizione di un censo da parte di Carlo Del Gaudio di un debito che un certo Tommaso Olivella aveva contratto con la chiesa stessa. Nel 1777, infatti, Olivella aveva preso a censo “un largo della suddetta chiesa dove vi era un piede d’oliva sito dentro questa terra (di Mendicino nda.) al loco detto Innanzi San Giuseppe”, per la somma di nove ducati da pagare nella misura di nove carlini annui. Proprio in quel largo, Olivella iniziò a costruire un palazzo, ma morì quando ancora di esso erano state costruite solo le mura. Gli eredi “per essere miserabili” non poterono più continuare i lavori né tantomeno estinguere il debito di Tommaso. Nel 1779, pertanto, si accordarono con Carlo Del Gaudio che acquisì sia il palazzo in costruzione sia il debito che gli Olivella avevano ereditato con la chiesa di San Giuseppe. E, appunto, tramite l’atto notarile rinvenuto, che nel preambolo ricostruisce anche il precedente accordo tra gli Olivella e Del Gaudio, si stabilisce che quest’ultimo avrebbe corrisposto, a partire del 1782 la somma mancante in “rate” da pagarsi ogni mese di agosto. È evidente che questo palazzo possa essere identificato con l’attuale Palazzo Del Gaudio-Campagna e in questa vicenda si può rintracciare la ratio della sua nascita. Una storia comunque ancora da approfondire, per un edificio storico che ben poco ha da invidiare ai più blasonati palazzi storici di Cosenza.

Da Parola di Vita del 3 marzo 2016, pag. 1012825365_10207024054831629_1193433948_n

MENDICINO. L’associazione più antica

Sono numerose oggi le associazioni che, nella loro molteplicità di interessi e obiettivi, insistono sul territorio di Mendicino.

Ma quale fu la prima? Una carta del 1611 attesta la fondazione della prima associazione (finora documentata) del paese. Si tratta della società dei mulattieri, voluta da un gruppo di uomini per tutelarsi in caso di perdita dei propri muli.

Non va dimenticato, infatti, che in quel tempo, il possesso di animali da fattoria era pressoché un lusso. Il mulo in particolare era un vero e proprio investimento per un contadino perché serviva per il trasporto di merci e derrate, senza contare che, in caso di femmina, anche l’ eventuale vendita dei “figli” poteva rappresentare una fonte di guadagno non indifferente.

Perdere un mulo, insomma, poteva rappresentare un vero e proprio tracollo per una famiglia. Probabilmente per questa ragione nacque la società, a metà tra un moderno consorzio e un’associazione di mutuo soccorso, in cui fu stabilito che in caso di morte dell’animale di uno degli associati, tutti gli altri avrebbero provveduto a versare venti carlini ciascuno per permettergli di comprarne un altro. Costui avrebbe anche potuto decidere di non compiere l’acquisto: in tal caso, avrebbe ancora avuto diritto al denaro, ma sarebbe stato costretto a corrispondere lo stesso i venti carlini se la disgrazia fosse capitata a qualcun altro, per i successivi due anni.

Tutti potevano entrare a far parte del gruppo, a patto che la propria mula valesse almeno 35 ducati. Se era una bestia giovane e non aveva ancora avuto barda, invece, era indifferente il valore.

Non sappiamo in verità se questa società fosse ispirata solo dalla filantropia, ma ci appare  comunque come un bel esempio dal passato per il presente.

MENDICINO. La banda musicale nel 1894

La banda musicale “Città di Mendicino”, attualmente diretta dal maestro Maurizio Filippelli, rappresenta un fiore all’occhiello del paese, per abilità dei musicisti, tradizione e radicamento nel territorio. Lo stesso anno “1885”, presente nel nome e allusivo alla fondazione, è un chiaro riferimento a una storia importate e duratura.

Lo storico giornale “La Lotta” di palazzo Passalacqua – genitore

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La testata del giornale cosentino

dell’informazione cosentina insieme a testate altrettanto prestigiose come “Cronaca di Calabria” – testimonia che già sul crinale dell’Ottocento la banda mendicinese godeva di una certa popolarità, tanto da essere chiamata fin da allora per le celebrazioni al Duomo di Cosenza.

L’anno è il 1894 e l’episodio, riportato sul numero del 22 Settembre ma avvenuto il 16 di quel mese, è relativo ai festeggiamenti per la Madonna Assunta. Piazza Duomo quel giorno era addobbata a festa e illuminata del flebile chiarore dei palloncini alla veneziana.

La Banda di Mendicino, chiamata a esibirsi per il pubblico di fedeli e curiosi, eseguì vari ballabili ed un grazioso pout pourri di canzoni napoletane, con un’intonazione perfetta, ed una grande uguaglianza di tempo. Si ebbe molti applausi e chiamate di bis dal pubblico numeroso.

L’articolo si concludeva con gli elogi al maestro Giuseppe Caracciolo nonché al creatore ed autore di questa graziosa opera, sig. Francesco Greco, che spende parecchi sacrifizii per il continuo miglioramento del suo paesello natio.

Banda di Mendicino a Cosenza, in La Lotta del 22/09/1894

-M.T. Reda, Storia personaggi e cronache delle serre cosentine, Santelli.

 

 

Affitti a Cerisano

Alla morte del duca di Cerisano, don Domenico Sersale, avvenuta nel 1782, i suoi beni passarono a donna Ippolita Perez Navarrete, duchessa di Cerisano, vedova della felice memoria del fu eccellentissimo signor duca, madre, tutrice e pro tempore curatrice delli eccellentissimi signori Girolamo, Orazio, Francesco, don Tiberio, Maria Cornelia e Teresia Sersale di lei figli e figlie pupulli. Di fatto, però, per la gestione di alcune incombenze legate all’erario, la nobildonna ne affidò nel 1875 la cura al signor don Lorenzo e al reverendo don G. Battista, a Stefano, a Nicola e Gabriele Zupo di questa terra suddetta di Cerisano, padre e figli. Quello di donna Ippolita fu un atto di riconferma della stima accordata agli Zupo già dal defunto marito che si era servito per anni dei servigi degli zelanti e precisi collaboratori come agenti ed erari di Cerisano, Castelfranco e Marano. In base all’accordo si stabilì che, per la somma di dieci ducati e sette tomoli al mese di grano bianco, che li affitti delli molini, bagliva, doganella, mastrodatti, forno baronale ed altro debbano esserci all’incanto nella pubblica piazza nella terra di Cerisano con l’accensione della candela, ovvio rimanessero quelli a chi migliorerà li vantaggi della camera. Gli Zupo avevano quindi il compito di preparare gli incartamenti, di modo che Ippolita potesse affittare al vincitore dell’asta. Solo in caso di piccole cose (qualche spesa di fatiga) i cui pagamenti  non sormontassero la somma di carlini 15 gli Zupo non erano temuti a produrre documento.

L’accordo prevedeva inoltre che che tali documenti sarebbero dovuti essere convalidati dal notaio che dovrà tenersi appaltato da questa ducal camera con la provvigione di annui ducati 10.

(ASCS, Not. Ruffolo, 1785)

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La piazza di Cerisano negli anni ’50 del XX secolo